
L’altro giorno il papà di Iaia ha pianto; ha pianto perché non bastano pochi mesi, e forse neanche gli anni, per accettare la perdita di un genitore. Ha pianto e avrei voluto piangere anch’io, abbracciata a lui, avrei voluto aiutarlo in qualche modo. Invece ho detto solo frasi idiote, fredde che mi hanno fatto capire quanto sia impossibile esserci allontanati così tanto. Non ci parliamo più, non ci raccontiamo più quello che ci succede, non scherziamo più, non ridiamo più.
Mi sembra di essere in mezzo a due fuochi: da una parte ci siamo io e lui, i genitori di Iaia, due persone che si sono amate tantissimo e che adesso per il bene della loro bambina devono restare amici, devono salutarsi quando uno dei due esce o rientra a casa, devono volersi bene e sapere di poter contare l’uno sull’aiuto dell’altro. Dall’altra parte c’è il male che mi ha fatto, la difficoltà di fare il primo passo, l’impossibilità di perdonarlo.
Credo che la strada giusta da prendere sia la prima, ma è anche la più difficile da percorrere, anzi no, da iniziare, perché sono sicura che se uno dei due facesse il primo passo poi sarebbe tutto meno complicato.
In questi due anni ho vissuto varie fasi, alcune tipiche di una separazione, altre strane, non ben identificate. Sono rimasta incredula quando mi ha detto “ D’altronde non è colpa mia se non ti amo più”. Sono sicura che queste parole non me le dimenticherò mai. Ho passato mesi a dirgli che non ci credevo. Poi è arrivato il dolore forte e a volte insopportabile che non mi ha permesso di essere una buona madre per la mia bimba. Ho pianto tanto, fino allo sfinimento fino a pensare di non vedere un futuro. Al dolore poi si sono affiancati l’odio e la rabbia, molto forti, che mi hanno fatto dire e pensare cose molto brutte. Una volta quando lui doveva partire per un viaggio di lavoro, gli ho detto che speravo che il suo aereo precipitasse. La rabbia toglie lucidità, non credo di essere una persona cattiva che augura la morte degli altri, ma questo pensiero ha ronzato nella testa diverse volte. Adesso per fortuna se ne è andato.
Queste tre fasi si sono alternate, hanno convissuto e si sono prese il loro tempo per due anni. Leggendo un po’ ho scoperto che sono le fasi normali che bisogna passare dopo un abbandono.
Circa un mese fa però è subentrata una fase che mi era sconosciuta, non ne avevo mai letto l’esistenza. Ho cominciato a sentirmi come svuotata, come se tutti i sentimenti che avevo provato si fossero azzerati. Non più rabbia non più dolore, non più disperazione, niente, il nulla. Mi sentivo come un sacco vuoto, senza alcun senso e quasi stavo bene. Poi però in questi giorni è tornata un po’ di rabbia e un po’ di lacrime agli occhi, ma non sono scese.
Credo di aver capito una cosa dopo tutto questo. Vedevo la nostra nuova famiglia come una specie di riscatto. Io ho avuto un’infanzia “sofferta”, mi sentivo sempre in difetto nei confronti dei miei compagni, perché loro avevano i genitori sposati e i miei erano divorziati. Per questo motivo lo scopo della mia vita era quello di dare a mia figlia due genitori che si amassero, una famiglia felice con cui uscire il sabato e la domenica, con cui andare a fare la spesa e andare in vacanza. Sarebbe stato come se io avessi potuto vivere attraverso di lei quello che mi è mancato. Si sarebbe cancellata tutta la mia sofferenza attraverso la sua felicità.
In questo ho fallito.
Per questo soffrirò nuovamente.
Adesso di lui mi manca la persona a cui appoggiarmi in qualsiasi situazione, con cui uscire, ridere scherzare, piangere, fare shopping. Insomma il mio migliore amico.
Poi nei momenti in cui mi sembra di stare bene anche senza di lui, a volte, mi chiedo: ma se lui mi chiedesse di tornare indietro, di riprovarci, cosa risponderei?